Ciao carə miə reader,
oggi vorrei raccontarti una storia che, fino alle 10:52 di venerdì 20 novembre 2025, era solo una stupida bozza di CdL; adesso racchiude tutta me stessa, la mia realtà, quella con cui da anni ormai convivo; a qualcunə potrebbe suonare familiare.
Se così fosse, se dovessi sentirti toccatə – in qualche punto delicato – ti invito a scrivermi. Io sono qua per te.
È che in realtà sto solo cercando di temporeggiare perché, dopo questa slice, potrei essere completamente vulnerabile ai tuoi occhi and Cristina del passato would disapprove it.
La slice di oggi non si sporgerà tra rami e foglie per vedere la luce, tutt’altro; in questo momento è come se stessi per squarciarmi in due per mostrarti le mie debolezze. E se utilizzo il termine squarciare, è perché adesso fa male farlo e non è la stessa sensazione di quando ti dico mi spoglio di ogni cosa/ ti parlo a a cuore aperto.
Sono stanca.
E inizio quasi a odiarmi ogni volta che lo dico.
Penso e pronuncio questa frase non so quante volte, ma ho identificato solo questa che riesce a parafrasare i miei malesseri in parole. Ultimamente – anche ripetutamente negli anni passati – ci sono stati dei momenti in cui riconosco poco e niente di me o anzi, per essere più precisa, mi vedo somigliante a una Cristina che non volevo proprio rincontrare.
Quella Cristina credevo di averla salutata per sempre. Pensavo che un giorno vinta, quella che nel 2026 abbiamo ancora timore a chiamare con il suo nome, la depressione, non avrebbe più potuto bussare alla mia porta; io avevo tipo immaginato che avesse una sorta di ordine restrittivo nei miei confronti.
Ultimamente, invece, ho interiorizzato la consapevolezza che da me non se n’è mai andata, da quel dicembre di finto inverno siciliano. Lei è sempre stata qui con me, come un’ombra, solo che, in alcuni momenti, lo spirito di 22 urla talmente forte da rendere la voce nemica quasi un sussurro anzi, percepibile come un sibilo. Il bello, se ci penso, è che io ho una paura assurda dei serpenti e, conseguentemente, idem del suono malefico che riecheggia nella mia testolina.
La realtà è che – come molti – ho una paura.
Di me stessa,
della vita,
di quello che sto combinando,
di quello che mi aspetterà.
Ti parlo come una condannata nel braccio della morte dell’Illinois, ma credo sia un po’ colpa del rewacth di Shameless, yeahbromotherfuckers South Side. Bisogna tenerlo in conto. In realtà, riferimenti vari a parte, scoprire davvero il mio “problema” e guardarlo in faccia tutti i giorni è faticosissimo.

L’estate scorsa, in meno di due mesi, ho fatto un master, scritto una tesi, lavoravo più di 8h al giorno, ho creato questo spazio creativo e, nel contempo, mettevo pure il naso fuori dalla porta, incontravo persone. Ora invece? Nessuna aspettativa, alcuna capacità o voglia di fare; chiedimi di guardare qualcosa alla Tv. Non riuscirò. Invitami pure a fare una passeggiata al parco, perché no? Non ce la farei. Proponimi di uscire per un aperitivo, accetterei ma poco dopo troverei un inghippo per svincolarmi dall’appuntamento.
Solo in una cosa non ho mai sgarrato: il lavoro. Il lavoro, qualsiasi sia stato negli anni, non doveva e non poteva essere influenzato dai miei malesseri. D’altronde li abbiamo tutti, giusto? Peccato che io mi sia resa conto che il mio non è un semplice malessere.
Stavolta è diverso.
Questo non è solo un malessere, è un disturbo, ha un nome e un cognome.








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